Agosto 31, 2006

Homer VS Peter

Dove si combatte la sfida del secolo: alla vostra sinistra Homer Simpson, il Re dei cartoni dissacranti per adulti (non parliamo di porno…), l’inventore di un genere ed uno degli idoli degli anni ’90. Alla vostra destra Peter Griffin, l’icona della famiglia animata che sta conquistando il mondo! Più cattivi, più strafottenti, più bastardi che mai! Solo uno si aggiudicherà il titolo di Campione, restate con noi!

Per la mia generazione, i Simpson sono stati una costante: la serie animata degli omini gialli è uno dei telefilm (se vogliamo includere nella categoria anche i cartoni animati) con più episodi in assoluto, i loro personaggi sono famosi in tutto il globo ed un progressivo sdoganamento li ha resi ormai quasi universalmente accettati nel mondo occidentale, se escludiamo qualche irriducibile Associazione Mamme Anti-Rock e pochi altri. Guardare i Simpson in TV per noi under 20 è normale, ci sono davvero da sempre, per quanto ci permette di andare indietro la nostra memoria gravemente danneggiata dalla TV stessa. Per altri sono stati il gusto dell’esotico, del cartone animato per adulti (vale la precisazione di prima), della scoperta di un’America impegnata prima di tutto a prendersi per il culo. Nulla è sfuggito alla mannaia dei Simpson: Walt Disney è continuamente deriso attraverso Grattachecca e Fighetto che ne vogliono essere una violenta parodia (ma devono qualcosa anche al canovaccio classico Warner Bros dove c’è uno che fallisce sempre, in primis Tom & Jerry) e dello zio Walt viene anche ricordato l’ormai celebre sospetto di razzismo. Le multinazionali del tabacco, attraverso le sigarette Laramie, vengono umiliate e, assieme a loro, i talebani della lotta alla sigaretta. Il partito repubblicano ne esce distrutto e con lui l’energia atomica, il fanatismo militare, la guerra in Vietnam, il regime cubano, gli oltranzisti cristiani, la televisione spazzatura: i Simpson hanno demolito tutto ed il contrario di tutto, disegnando l’immagine di un’America dove c’è ben poco di buono, da ogni parte di qualunque barricata. D’altronde, hanno saputo farlo con una comicità irresistibile, che ha portato legioni di ragazzi a guardarli semplicemente perché fanno morire dal ridere. La genialità della serie, come tutto, col tempo è andata scemando e anche il marketing estremo ha iniziato ad infastidire, alla fine anche il vecchio Matt getterà la spugna e i Simpson diventeranno una serie conclusa, dopo anni ed anni di strepitoso successo.
Mentre gli eroi di Springfield vivono la loro fase Bartali, per la montagna s’arrampica sicuro un nuovo fenomeno: la sua bicicletta è una Bianchi, il suo nome è Peter Griffin. La serie, con i suoi attacchi alla politica estera Bush, al politicamente corretto, allo star system ecc ecc, è esplosa come dinamite. I livelli di cattiveria sono altissimi e qualche personaggio veramente azzeccato, tipo Stewie il neonato assassino o il geniale cane intellettuale democratico, unito a tutto il resto la sta rendendo celebre con una velocità assurda, solo gli americani riescono a vendere qualcosa così bene, anche un cartone dove si smerdano da soli.
I Griffin ricordano moltissimo i Simpson fin dal primo fotogramma: tratti molto simili nel disegno, dagli occhi a palla in giù, li portano ad essere immediatamente paragonati; del resto, sono dello stesso genere.
E’ uno di quei casi nei quali c’è da consegnare alla storia un Campione, uno dei due che venga ricordato come il Migliore, il Re.
Se chiedessero un parere a me, metterei una corona a forma di ciambella ad Homer, senza indugi. I Griffin sono sicuramente molto più cattivi e trasgressivi, ma è anche vero che sono nati in un’epoca differente. E’ proprio grazie ai Simpson, e ai fenomeni tipo Southpark che ha generato, che è diventato possibile creare cartoni animati del genere. L’adolescente, che smetteva di guardare i cartoni finite le elementari e al massimo leggeva i manga, ha riscoperto il mondo animato grazie alla famiglia Simpson ed ora, quando c’è già un mercato favorevole ed uno stile stronzo non fa più impressione come prima, la vita è più semplice. Oltretutto i Simpson non meritano la corona solo perché sono stati i primi, ma anche perché hanno saputo vendersi come succoso frutto proibito, con puntate fortemente censurate (oddio, su Italia1 questo succede ancora ed anche riguardo ai Griffin) e manifestazioni di odio perbenista prima, e come fenomeno consumistico e popolare dopo. C’è una tendenza a deridere l’attore romantico e contemporaneamente i senatori di Washington che porta qualunque consumatore ad affezionarsi, i Simpson si possono definire un prodotto globale. Come ultima motivazione, i Simpson hanno inventato il genere ma anche le avventure. Dal Giappone al Brasile, passando per l’Inghilterra e lo spazio profondo, i Simpson sono stati ovunque ed hanno messo nel mirino ogni aspetto della società contemporanea statunitense e non solo, sempre con un’ironia dissacrante a tratti irraggiungibile. Volendo fare un paragone, è come dire che i Simpson hanno inventato l’epica e Peter ha scritto l’Eneide. Spesso la “ispirazione” ai Simpson tocca vette dalle quali s’era astenuto anche Futurama, e questo non ci puo’ piacere perché nel nostro cuore, con tutto l’amore per un cartone spassosissimo del quale non ci perdiamo un episodio come i Griffin, c’è già un ciccione inetto sul lavoro, dedito alla televisione e capace di compiere ogni idiozia, e quest’uomo lo chiamavano anche Mr. Spazzaneve.

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Luglio 31, 2006

Speriamo in tempi migliori...

Dove si riflette su quale immagine triste sia una collezione semi-deserta, e si piange in triste solitudine

Una barchetta che si rispetti, purtroppo, inizia sempre con un laconico e malinconico comunicato sulla condizione attuale delle linee telefoniche. Ed una barchetta che si rispetti porta sempre notizie negative a riguardo. E' tutto stazionario, niente connessione, niente telefono nemmeno in ricezione, comunicazioni della Telecom che vuole dei soldi che ormai nessuno riesce a capire perché; il solito insomma.
Questa prolungata crisi che ha fatto piombare casa mia nei secoli bui, domenica scorsa è mancata anche la luce per un bel pezzetto ed ho toccato l'apice, ha reso la collezione vuota e quasi paralizzata, piangiamola insieme.

Un cantiere navale fermo
senza barche e bottiglie da rompere
un passeggero, che cammina infermo
si guarda intorno e gli viene da piangere

Telecom Italia, vituperio delle genti!
perché il disservizio tuo è tale
che una ne fai e cento ne inventi
ma manco ci pensi a ridarmi il segnale?

Una barchetta al mese è magra produzione
non posso più leggere i blog che amavo
il tuo presidente è un gran coglione
se incontro Tronchetti lo strozzo con un cavo

Ora mi muovo come un fantasma
fra barchette scappate in lontane contrade
se penso alla Telecom mi vien'anche l'asma
e cado come corpo morto cade

Rimane una domanda: chi è il passeggero della prima strofa? E' quello che mi chiedo anch'io. Ogni settimana lo Shynistat free mi manda un resoconto che non è di zero visitatori, come sarebbe ovvio, bensì di circa uno al giorno.
Amico, ormai siamo rimasti io e te in questo blog sull'orlo di una crisi di nervi; palesati! Dimmi chi sei, e cosa ti porta qui. Solo l'umana curiosità mi muove.

naurus ha scritto questa barchetta alle 18:46 | Tu come la vedi? (3)


Giugno 30, 2006

Sarò Breve

Dove l'obiettivo è, appunto, quello di non tediarvi con chiacchiere di eccessiva ed ingiustificata lunghezza, dato che questa, più che una barchetta, è una comunicazione

Sono nuovamente privo di connessione funzionante STOP la colpa è nuovamente di Telecom Italia che ogni giorno sostiene di aver riparato la linea e non è mai vero STOP sto facendo gli esami di maturità STOP mercoledì ho gli orali e poi ho finito STOP chiedo scusa agli eventuali lettori se non leggo i loro blog da una vita STOP tutta colpa di questa concomitanza di eventi STOP ciao STOP

naurus ha scritto questa barchetta alle 19:12 | Tu come la vedi? (2)


Maggio 31, 2006

Paranoie

Dove si scopre che i trip mentali si possono fare anche senza allucinogeni. E ci rimane in testa una domanda: ma leccando qualcosa che meraviglia devono essere?

Sto leggendo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, quando interrompo la lettura per guardarmi intorno. Nella sala d’attesa della stazione di San Sepolcro ci sono solo io: la città è piccola e la ferrovia è una corta linea locale che non ha molti viaggiatori, senza contare che San Sepolcro è capolinea e dunque da qui si puo’ andare solo a Perugia, in questo modo i potenziali viaggiatori si dimezzano. Dopo aver osservato per un po’ la sala d’attesa mi prende il capriccio di scrivere, e mi vedo “costretto” ad abbandonare Calvino ed il libro di Takakumi Ikoka (ammesso che sia veramente suo) per fare quello che sto facendo adesso. Ho provvidenzialmente con me il necessario per scrivere: dentro il vecchio e logoro zaino scolastico prendo due quaderni che mi facciano da base e cerco un foglio; trovo subito del vecchio materiale di Autori Latini che possiedo almeno in duplice copia, il retro di questo foglio è perfetto.
Cerco poi di scrivere con la matita che avevo in mano dall’inizio, ma la mina non è appuntita e traccia caratteri brutti, oltretutto è pura corta e scomoda. Dall’astuccio prendo quindi una Bic nera, con la matita ho scritto solo “Sto le”, con la Bic va meglio.
A questo punto ho azzerato la distanza che c’era fra le azioni di cui parlo ed il loro scriverne: prima ho raccontato di essermi messo a scrivere, ma ora sto scrivendo proprio adesso di stare scrivendo, e parlo al presente nel modo più veritiero che mai, proprio mentre la campanella sta suonando e anticipa l’arrivo di un treno. La sala d’attesa, piccola come il resto delle cose prese in considerazione, ha una sua aria elegante, con le sue due colonne che svettano nel centro della stanza, peccato solo che raggiungano il soffitto senza formare archi. In ogni caso, la sala d’attesa è gradevole e luminosa, niente a che vedere con quella della stazione di Città di Castello, che una volta era anch’essa luminosa, pure se priva di colonne e di piante, ma ora, ristrutturata per lasciare spazio ad un’agenzia di viaggi, è diventata una specie di corridoio, un po’ tetro. La verità è che mi sono messo a scrivere perché questa sala d’aspetto mi piace molto. Mi piace guardarla, osservare il vetro della biglietteria con appeso un cartello “VIETATO FUMARE” che dev’essere almeno mio coetaneo, e quindi contribuisce a creare atmosfera. Mi piace il corridoio corto e largo che va ad una porta, oltrepassata la quale si raggiungono i binari. Quattro binari, tantini per una stazione così, ma almeno si possono lasciare “parcheggiati” lì i treni senza doverli portare sempre e subito in fondo alla stazione, dove c’è una specie di “rimessa”.
Ho una grande capacità nell’estraniarmi, nell’allontanarmi dalla situazione nella quale mi trovo per pensare ai fatti miei. Non è possibile uscire completamente dalla realtà che stai vivendo in qualunque situazione, ed io per primo necessito di accorgimenti particolari. Prima di tutto dev’essere un estraniarsi piacevole, se proprio devo staccare voglio farlo in modo che mi diverta; quindi generalmente devo trovarmi in un posto noto ed estraniarmi verso un posto ignoto, siccome la routine quotidiana, con le piccole e grandi rotture di palle della giornata media, rientra alla perfezione nella categoria “cose dalle quali allontanarsi è bello”, e la routine è splendidamente rappresentata dai posti nei quali si va sempre.
La mia posizione, seduto su una panchina che dà le spalle al Borgo (inteso non come paesino ma come soprannome storico di San Sepolcro) è coadiuvante all’estraniamento, perché se non dessi le spalle al Borgo e, quindi, se stessi guardando il viale che da qui conduce a Porta Fiorentina, probabilmente non riuscirei a partire, con davanti agli occhi l’asfalto e le automobili, non si puo’ negare che le stazioni di provincia abbiano più fascino di una Punto.
Invece così è perfetto: ho osservato la sala d’attesa e mi sono perso dentro i meandri della mia povera mente bruciacchiata, un’esperienza difficile da raccontare perché, a scriverla, sembra che non abbia senso (in questo è parente dei sogni, stanotte ho sognato che D’Alema dormiva nel mio giardino e capisco che a dirlo così sembri assurdo). Ho toccato luoghi lontani che forse non esistono, ho visto me stesso in altre stazioni deserte, con cortili interni erbosi, mentre fumavo una sigaretta stretto in un giaccone nero, ho visto i miei piedi calpestare la rugiada e ho visto le montagne svettare oltre uno steccato; tutto nel tempo in cui ho alzato gli occhi dal libro ed ho guardato la stazione. E’ come vivere l’incipit di molte storie compresse in due secondi, forse di questo trip in particolare Calvino è responsabile quanto me. Ma prima, mentre finivo di dire di D’Alema, è passata una donnina che, in qualche modo, ha rotto la magia. A differenza della passante silenziosa scesa dal treno che è arrivato mentre scrivevo, questa è stata pesante, mi ha guardato fisso, ha lasciata la porta aperta.
Sono di nuovo a San Sepolcro, e sono di nuovo un somaro che, riempito tutto il retro del foglio, è passato da un bel pezzo al davanti e scrive scemenze negli spazi di foglio liberi dall’Inno a Venere di Lucrezio.

naurus ha scritto questa barchetta alle 22:01 | Tu come la vedi? (5)


Maggio 9, 2006

Chi ha tanti soldi vive come un Pascià

Dove si scopre che il denaro è di importanza fondamentale per vivere in una società come la nostra. Un giorno inaugurerò la rubrica “Scoperte inerenti l’acqua calda”

Affronto un periodo di “crisi” finanziaria. Dato che sono mantenuto dai miei, ovviamente non sto parlando di veri problemi economici. Per farla breve, diciamo che ho sperperato, novello figliol prodigo, tutti i miei risparmi negli ultimi mesi e che i miei genitori, lungi dall’ammazzare l’agnello migliore, continuano nel tenermi più o meno senza un quattrino come facevano quando qualche spicciolo da parte ce l’avevo.
La situazione offre l’occasione per qualche riflessione (one, one, one) sul denaro e sulla sua importanza in questa società occidentale corrotta ed ingorda e consumistica, signora mia. Ho sempre pensato, ingenuo, che il denaro servisse principalmente per la sopravvivenza e che io potessi cavarmela usandone molto poco, posto che continuassi in questa situazione di mantenimento che tanto umilia la mia anima quando si tratta di appellarsi alla paterna carità. Ora, invece, proprio come il fumatore che pensa di poter stare senza sigarette solo finché non sperimenta le pene dell’astinenza, scopro di non poter stare senza quattrini e divertirmi. Non sono appassionato di vestiti, non mi frega nulla delle scarpe o degli accessori vari; non frequento locali esclusivi, non pretendo di passare ogni mio attimo fuori casa, non sono un fanatico del disco o del film originale a tutti i costi e non mi preoccupa leggere i libri della Biblioteca.
Nonostante questo, ho bisogno di un po’ di soldi per portare avanti il mio stile di vita, ed ho scoperto di non poterne fare a meno.
Non posso fare a meno, quando esco, di andare a bere qualcosa al Pub, non posso rinunciare al piacere di andare al Cinema, non posso divertirmi sul serio senza una quantità, anche modesta, di denaro da sperperare. Fateci caso, quando uscite con gli amici o in coppia: è una continua fuoriuscita di soldi, si gira quasi letteralmente con il portafogli in mano. Il Bar, il Ristorante, il Cinema, il Pub, la Discoteca. Mi credevo libero da questa necessità e invece non lo sono, sono parte di un sistema di divertimento che costa; mi sono scoperto incazzato nero durante qualche sabato pomeriggio senza soldi, con la serata compromessa. Non conosco divertimenti collettivi che non richiedano denaro, sono schiavo dei quattrini.
Ogni giorno se ne impara una.

naurus ha scritto questa barchetta alle 18:55 | Tu come la vedi? (7)


Aprile 23, 2006

Tanti auguri a teee...

Dove si festeggia un anno esatto dalla nascita della Collezione e si tentano bilanci, somme, progetti. Peggio che a Capodanno

I blogger fighi non scrivono nemmeno una sillaba di sabato o di domenica; questo perché il grosso delle visite ad un blog viene dalla gente che li sbircia in ufficio, e questo un blogger figo lo sa.
Io, che non sono un blogger figo, posso tranquillamente venir meno a questa radicata consuetudine e scrivere di sabato, ci mancherebbe.
Oggi poi mica è un sabato qualunque, oggi è il 22 Aprile. Di conseguenza festeggiamo il primo compleanno della Collezione, iniziata il remoto 22 Aprile 2005. Allegria!
Quando ho iniziato la Collezione mi sono detto: “Se riuscissi a tenere una media decente - sotto la barchetta ogni tre giorni ma sopra la barchetta ogni quattro – avrei la grossa soddisfazione di festeggiare contemporaneamente un anno di blogging e le cento barchette; la vita ha disposto diversamente. Un po’ per via delle vacanze (che all’epoca del calcoletto non avevo considerato), un po’ per la mia saltuaria indolenza, un po’ per l’inefficienza della Telecom Italia che mi ha tenuto per un bel pezzo con una connessione altalenante o del tutto assente, e non è detto che il problema sia risolto per sempre, le barchette sono molte di meno: sto scrivendo la 54esima. Per dovere di cronaca, asserisco infatti fiero ed onesto che di questa cosa non me ne frega niente, v’informo anche di aver messo insieme 4359 pagine viste e 3422 visite. Son pochine, è vero, ma forse sarebbero state alcune in più se non partecipassi ad una certa iniziativa che scoprirete cliccando sul quinto antipixel a partire dall’alto. Nel caso le visite siano realmente meno per via della mia adesione, me ne frego.
In definitiva, sono un blogger da un anno. La Collezione in questo periodo, per l’occasione l’ho impreziosita da una maiuscola che credo di non aver usato in passato, è diventata per me un’abitudine molto cara, e ne sono abbastanza soddisfatto. Non tanto per il suo valore artistico, che credo obiettivamente non abbia, ma in quanto contenitore di un piccolo insieme di cazzatine, magari anche inutili, che però avevo voglia di scrivere e di far leggere a qualcuno. Oltretutto l’apertura di un blog da parte mia succede per soli due mesi alla mia scoperta dello strumento, di conseguenza in quest’anno ho anche “scoperto” gli altri blog, e posso dire senza dubbio che alcuni meritano senza dubbio quell’attenzione che ho cercato di dedicare loro.
Basta coi salamelecchi, tanto non c’è niente di meglio da dire. Solo una chiosa finale: non sono un grande amante dei compleanni, e forse potrei essere tacciato d’incoerenza visto che non amo festeggiare il compleanno di una persona ma perdo tempo per quello di una pagina web. La spiegazione è presto data: la Collezione non invecchia, non rincoglionisce, non acquisisce una navigata saggezza che la porta a perdere l’innocenza che fa apparire il mondo meraviglioso. Non è una cosa triste, se ha un anno di più.


Ooops: a causa della mia inettitudine questa barchetta va in onda con un giorno di ritardo. Peccato, era l’unica che dovesse essere pubblicata in una precisa data. Purtroppo la mia incompetenza in campo informatico è una cosa da record, basta che Bloggy faccia delle migliorie grafiche perché io non riesca più a fare il login. Problema risolto.

naurus ha scritto questa barchetta alle 16:33 | Tu come la vedi? (6)


Aprile 13, 2006

Io odio Fabri Fibra!

Dove, dopo le cocenti delusioni del passato, si scopre che puo’ esistere un rapper che supera il muro dei venticinque ascoltatori senza diventare un clone dei Gemelli diVersi. E si ricomincia a sperare

Se si hanno lunghe frequentazioni con il rap italiano si finisce, inevitabilmente, a fare sempre gli stessi discorsi. La “purezza” del prodotto da contaminazioni commerciali, quali canzonette tonte fatte col solo scopo di far quattrini, è salvaguardata con fanatismo da allevatore di purosangue arabi. I cantanti che arrivano ad una certa fama e poi iniziano a far uscire porcheriole tanto per passare alla radio vengono cestinati al volo che manco la Santa Inquisizione. E’ il destino dei vari Articolo 31, Flaminio Maphia, Neffa, Brusco. Si perdono ore su ore a chiacchierare sulla possibilità di promuovere un hip hop cazzuto, che non debba rinunciare alla sua natura di musica provocatoria per il solo scopo di essere trasmesso su MTv. Si sviscera i padri fondatori statunitensi e si litiga fra chi sogna gli Stati Uniti d’Italia e chi invece condanna un hip hop miliardario ma senza idee, citiamo i vari Eminem o Nelly.
Da qui in poi la storia diventa strettamente personale: per quanto affezionato alle sonorità hip hop ed affezionato consumatore, sono davvero stufo delle canzoni che parlano di ghetti, droghe, armi e cazzi vari. Il rap in Italia non ha una connotazione razziale e nemmeno sociale, è inutile fare finta di vivere nel Bronx se stai ad Abbiategrasso. La vita in periferia non ti autorizza a definirti gangster e da noi non ci sono i fratelli neri che fanno breakdance nei playground al suono street and all right, modafucka YO!
Di conseguenza mi son trovato ad allontanarmi da artisti che ancora me la menavano con la storia dei fucili nascosti in casa ed ascoltavo gli album nell’attesa di un hip hop divertente, aggressivo, che scuotesse e fosse tecnicamente valido senza pretendere di vivere oltre l’Atlantico.
Alla fine arrivò: Mr. Simpatia di Fabri Fibra. Fibra è un nome famoso nella cerchia delle teste hip hop italiane; tecnicamente valido e sempre divertente. Beh, se ne uscì con un album storico. Si prendeva in giro e non si atteggiava a gangster nemmeno in una traccia, riusciva a comporre canzoni pesanti che ti presentava accompagnate da testi diretti senza pretendere di vivere a Los Angeles. Tecnicamente ineccepibile. Finalmente hip hop bello, divertente e pesante da consumare, senza concessioni né alle nenie alla Gemelli diVersi né pretese di vita statunitense. Habemus!
Adesso succede che questo tale Fabri Fibra firma con un’etichetta vera e il singolo che preannuncia il suo nuovo lavoro lo passano su MTv, vado a vedere preoccupato. Ma non c’è traccia del ghetto, degli psichiatri e dei bambini complessati (dentro la scatooola…), c’è una traccia che mi mantiene la tradizione. Che si prende per il culo, che potrebbe anche…
Non ho nemmeno il coraggio di dirlo ad alta voce, ma potrebbe anche portare davanti al grande pubblico il migliore hip hop italiano, quello che ancora circola più underground della metropolitana. Incrociamo le dita, applausi per Fabri Fibra.

naurus ha scritto questa barchetta alle 21:49 | Tu come la vedi? (9)


Marzo 30, 2006

"Guarda! naurus si sta evolvendo!"

Dove si scopre che vecchio non vuol dire adulto e che maggiorenne non significa maturo

Il 28 ho compiuto diciannove anni.
Diciannove anni non sono chissà quale età, sono ancora senza dubbio un giovane e rientro, anche se di stretta misura, nella categoria dei teenagers.
Nonostante questo, è un’età che fa impressione immaginarla, quando di anni ne hai quindici.
E’ un numero che puzza d’adulto, fa venire in mente la fine della scuola, l’inizio dell’uscita dal limbo dei ragazzi per entrare nel mondo chiaro e definito degli adulti, insomma. In effetti è vero, avrebbe senso iniziare ad essere adulti a quest’età, il fenomeno del trentenne adolescente è negativo al massimo.
Il problema è che io, nella miseria della mia ignoranza infantile, ho creduto che oltrepassare un simile compleanno coincidesse con un’evoluzione paragonabile a quella di un Pokémon, con un’improvvisa metamorfosi in un essere vivente diverso.
Da ragazzo si tende a vedere l’adulto come il tipo di persona più alta e dotata di propria vita: l’automobile, la casa, il compiere delle scelte indipendenti ed irremovibili diventano una maschera dietro la quale l’adulto appare come un’entità assolutamente padrona di se stessa.
Ora che inizio ad attraversare il ponte per stabilirmi di là, mi sono accorto che questo ragionamento è davvero ingenuo e semplicistico, sbagliato almeno in due punti.
Il primo punto è che cose come guidare l’automobile, andare a votare, spostarmi dalla mia città in autonomia non ti rendono adulto, sei solo indipendente. La sicurezza e l’autocontrollo vengono da un elaborato processo di irrobustimento della propria personalità, e non si acquistano per anzianità. Compiere una determinata età non significa nulla.
Il secondo punto è che gli adulti non sono tutti meravigliose espressioni di autosufficienza e libertà: i problemi degli adulti non sono soltanto di carattere economico o “sociale”: omoni emotivamente fragili o insicuri o paurosi sono all’ordine del giorno e ci servono da severo monito: anche quando si diventa adulti non si è al riparo da problemi simili a quelli che attanagliano i brufolosi ragazzetti.
Illuminazioni del genere, ovviamente, non si hanno tutte in una volta. Dopo essermi accorto che non si diventa adulti in una mezz’ora e che non si scopre che le cose non stanno così in dieci minuti, inizio a credere che nulla sia improvviso nella vita. Che degli adulti soffrano lo s’impara prestissimo, che guidare non ti rende meno insicuro un po’ più tardi. Ora ho scoperto che anche avere un’età da giovane uomo non ti rende per forza un uomo. Io mi sento ancora me stesso, con tutte le mie paranoie che mi accompagnano da sempre: l’ansia che ti prende a volte, l’esaltazione alla mattina e lo sconforto pomeridiano, il senso di inadeguatezza. L’età adulta è ancora lontana.

naurus ha scritto questa barchetta alle 20:56 | Tu come la vedi? (10)


Febbraio 16, 2006

Un bambiiinooo...

Dove si scrive mesti una barchetta carica di astio verso una certa compagnia telefonica e che parla di cantanti che ce la fanno e di altri che, chissà perché, non ce la fanno

Prima di qualunque altra cosa, voglio darvi un paio di informazioni sulla mia situazione con Telecom Italia: le mie proteste per telefono li hanno lasciati completamente indifferenti e pure la raccomandata che ho mandato loro non ha suscitato reazioni, sono ancora senza connessione. Sto pensando di andare a spegnere la fiaccola olimpica, pare che se non ti comporti come un cretino non ti dia retta nessuno.
Ora affrontiamo il tema del giorno: Mondo Marcio. Se vi capita di guardare MTv sicuramente saprete che Ligabue ha sette nei sulla faccia e che Robbie Williams ha un numero dispari di capelli: i due video degli ultimi di loro successi vengono trasmessi dall’emittente musicale con frequenza sbalorditiva, e certe conoscenze le do per appurate. Senza dubbio avrete anche visto passare il video di una canzone che si chiama “Dentro la Scatola” di un tale Mondo Marcio.
Ho una certa conoscenza dell’argomento “rap italiano”. Anche se non mi vesto baggy, non mi sento urban, non porto felpe fubu e cose del genere, ho in casa parte dei dischi fondamentali del genere, ho almeno sentito dire il nome di tutti gli esponenti di questo piccolo universo e per un po’ ho anche accarezzato l’idea di fare della musica, prima di essere colpito da una tegola caduta dal settimo piano che mi ha ricondotto alla ragione, siano rese grazie al cielo.
Mondo Marcio non è esattamente appena uscito dal nido, regaz: ha combinato qualcosa in passato sotto la provvidenziale ala di Bassi Maestro, rapper e produttore che, sulla scena italiana piccina picciò, ha un ottimo nome.
Non conosco bene la vicenda ma ora vedo che Mondo Marcio, che mi ricordo per qualche strofa tecnicamente carina ma tutto lì, è diventato una specie di boss, homiez. Il video della sua canzone l’ha girato negli States e ad MTv lo trasmettono senza indugi, più o meno ogni sette Ligabue ne parte uno. Sul magazine young di Repubblica, XL, gli dedicano un servizio in cui lo dipingono circa come l’espressione di questa gioventù malata ed altre simili stupidaggini, l’ho visto addirittura rappare la pubblicità di Top of the Pops su Italia1, tra l’altro era davvero impacciato e quindi non si poteva negare alla scena una certa tenerezza.
Io sono molto contento per Mondo Marcio se è arrivato alla celebrità e gli auguro di comprarsi un lunghissimo yacht e di vivere una vita che al confronto la pubblicità delle patatine con Rocco Siffredi è un campeggio di CL, solo non capisco perché Mondo Marcio sì, e tutti gli altri no.
Sulla scena ci sono, anche se ogni anno diventerebbe più appropriato dire c’erano, artisti che da un mucchio di anni vanno avanti più o meno senza guadagnare abbastanza per fare il cantante a tempo pieno. Ovviamente non sono tutti dei geni, forse solo uno ogni milione meriterebbe veramente di vendere più di cinquecento copie di un disco, però si trovano con facilità rapper più esperti di Mondo Marcio, sia dal punto di vista della tecnica che da quello dei contenuti. Si potrebbe trovare con facilità cantanti più simpatici, vestiti in maniera più ridicola yo ghetto boy, più pazzi, più tossicodipendenti, con testi molto più cattivi o fastidiosi o disgustosi o, strano a dirsi, belli. Sono felice che l’hip hop italiano abbia di nuovo l’occasione di affacciarsi davanti al grande pubblico, anche perché l’ultima era caduta nelle infelici mani dei (brividi di freddo) Flaminio Maphia (ori ori ori… ‘sta ragazza qui è un po’ acidella!); spero solo che alla fine questa occasione l’abbia anche qualche altra persona che se la meriterebbe.

naurus ha scritto questa barchetta alle 17:43 | Tu come la vedi? (15)


Gennaio 31, 2006

Let's talk about cinema!

Questa barchetta vuol parlare di cinema; dicendo cinema generalmente s’intende l’arte dei film nel suo insieme. Se dite a qualcuno “Parliamo di cinema” sicuramente volete discutere con lui di pellicole. Invece qui non parliamo di film, parliamo proprio di cinema, di luogo dove vengono proiettati film.
Perché i luoghi adibiti alla proiezione di film sono posti, per me, molto particolari; meritano assolutamente che qualcuno parli di loro a prescindere dai film che danno.
Il mio cinema preferito è assolutamente quello di Castello, per ovvie ragioni affettive. Il cinema tifernate (l’unico in servizio a Castello da quando ho iniziato a frequentare cinema) è all’angolo di due vie del centro storico; da qualche anno, dopo un avvenimento paragonabile alla scoperta del fuoco, è addirittura munito di due sale e quasi riesce a far fronte con serenità almeno ai titoli più celebri che escono; non è il posto adatto per vedere cinema d’essai, però ci mette del suo per non perdersi almeno i filmoni americanoni. E’ uno dei pochi posti nei quali sento il caratteristico calore che trasmette un luogo al quale si è affezionati, ho passato lì dentro moltissimo tempo e sarebbe l’ultimo posto che vorrei veder chiudere.
In qualunque altro cinema io ci sono entrato un numero di volte che variano da una a quattro-cinque. Ho visto un paio di volte il Warner Village più vicino, sono stato al cinema una volta in Inghilterra e un’altra in Francia e in un cinema a Sansepolcro ho fatto qualche assemblea d’Istituto. Anche se questi posti non hanno il valore affettivo del piccolo cinema tifernate, non si puo’ negare il loro fascino e la mia speranza di tornarci presto e di visitare ogni loro simile. Si capisce insomma che a me andare al cinema piace, e infatti lo faccio con una certa regolarità, per quanto me lo consentono le mie magre finanze e il prezzo da briganti dei biglietti. La cosa strana, però, è che a me il cinema in senso lato mi diverte ma non mi interessa eccessivamente: non ho visto quasi niente di quello che andrebbe visto per spacciarsi per intenditori, non mi ricordo mai i nomi degli attori, non saprei prendere una posizione molto critica nei confronti di un film. Vedo qualcosa che mi presta un mio amico e vado al cinema, ma finisce lì. In effetti dedico meno denaro a passioni molto più profonde per me, come la musica o la lettura. Perché?
Ho detto che avrei parlato dei cinema in questa barchetta e il motivo è proprio questo: in sostanza, a me piace il cinema come ambiente.
Il cinema ha fascino, trasmette magia ed atmosfera. L’odore delle classiche porcherie alimentari da cinema col tempo s’è mescolato con l’idea stessa di guardare un film fino a formare una sola cosa nel mio immaginario, entrare al cinema mi provoca sempre una specie di soddisfazione del tipo “ritorno a casa” e la prospettiva di guardarsi un film, che a casa mia non mi dispiace ma nemmeno mi eccita, lì mi sembra gradevolissima.
Tale prospettiva è gradevole perché un film, secondo me, al cinema rende meglio. Ovviamente questo è dovuto in parte alla superiorità tecnica che qualunque sala, anche quelle del cinema di Castello, puo’ vantare nei confronti della mia TV con lettore, che comunque è un Signor Apparecchio e non offendetelo. Il suono che ti raggiunge da ogni direzione, il video sparato nello schermo di notevoli dimensioni, la qualità dell’insieme insomma, e chi dice di no!
Però non è tutto qui: ho detto prima che il cinema, secondo me, è un posto suggestivo. Intendo dire che un film al cinema è nel suo ambiente naturale, non è incastrato in un posto che non gli si addice.
Dobbiamo riconoscere ad un film una sua dignità, non possiamo trattarlo come uno straccio. Se accettiamo questo è chiaro che la nostra pellicola va guardata in una condizione di tranquillità e concentrazione. E cosa serve per farlo? Serve silenzio, senza nessuno a parlare, telefoni a suonare o auto a passare. Serve continuità, senza pubblicità a spaccare lo scorrere della trama nei suoi punti più importanti, appositamente messe lì per convincerti a non cambiare canale. Anche se forse è eccessivo, direi che serve anche non avere scelta, essere costretti; quando hai scelto un titolo ti guardi quello e non cambi canale. Amo il cinema perché in un posto carico di atmosfera magica avviene l’ultimo miracolo del divertimento consumistico: il cinema si rispetta.
Non credo che sia un discorso pazzo, a pensarci il cinema non dovrebbe esistere se non fosse così. La tecnologia necessaria per eseguire una pellicola puo’ averla chiunque in casa, senza bisogno di un cinema. Ma il cinema è necessario per dire di aver vissuto un film, di averlo davvero guardato nelle condizioni ottimali, nel formato video ottimale, nell’atmosfera perfetta. E quindi, lungi dal morire, viva viva viva il cinema!

naurus ha scritto questa barchetta alle 15:27 | Tu come la vedi? (7)


Gennaio 24, 2006

Cinque tue strane abitudini (tue? Ma "tue" di chi?)

Eccomi pronto sull’attenti per svolgere l’ultimo giochino che gira per i blog. Ho spiegato anche le altre volte che rifiutarmi di farlo mi sembra molto presuntuoso, come se di solito scrivessi quelle perle troppo importanti perché stiano accanto ad un innocuo passatempo. Andiamo…
Regolamento: il primo giocatore di questo gioco inizia il suo messaggio con il titolo “Cinque tue strane abitudini” e le persone che vengono invitate a scrivere un messaggio sul loro blog a proposito delle loro strane abitudini devono anche indicare chiaramente questo regolamento. Alla fine dovrete scegliere 5 nuove persone da indicare e linkare il loro blog o web journal. Non dimenticate di lasciare un commento nei loro blog o journal che dice “Sei stato scelto” (si accettano commenti) e ditegli di leggere il vostro.

1)Quando sono da solo penso a voce alta. “Pensare a voce alta” è un modo gentile verso se stessi per dire che uno parla da solo, antico e celebre sintomo della pazzia che non dubito di avere. Le mie chiacchierate in solitaria non sono niente d’interessante: mi limito a dire a voce alta le cose che la maggior parte della gente preferisce pensare e basta. Penso di non essere completamente impazzito perché ancora non chiacchiero con me stesso, non mi pongo domande e non mi sgrido. Quando inizierò a comportarmi così, dirò che non sono pazzo perché comunque non mi ero aspettato che mi sarei risposto. Quando finalmente me stesso mi risponderà mi sdraierò sotto un albero e non ci penserò più.

2)Vivo nel terrore di non aver chiuso a chiave l’automobile. Se scendo dall’auto e sono in compagnia, mi limito a tornare alla vettura solo una volta per controllare di averla chiusa, generalmente dopo i primi dieci-quindici metri. Se invece sono da solo, mi trovo nella felice situazione di poter tornare indietro anche tre volte, controllare entrambi gli sportelli, controllare di aver chiuso per bene i finestrini. Ovviamente quando sono da solo sono anche libero di dire a voce alta con me stesso “Ma io l’ho chiusa l’auto?”.

3)Faccio sul letto tutto quello che è possibile fare. Riesco addirittura a studiare sul letto, sottolineando in modo sghembo le righe e provocandomi atroci mal di schiena per via della posizione assurda alla quale mi costringo. Quando ho voglia di leggere lo faccio sul letto, mangio sul letto, bevo sul letto. Ci dormo addirittura, nel mio letto in camera mia. Roba che, per un diciottenne quale mi pregio di essere, è quasi un’offesa alla dignità.

4)Mi pulisco le orecchie appena ho un attimo, temo sempre di avere le orecchie sporche e me le spuro con fare solenne prima di qualunque attività “sociale”, fosse anche andare a buttare l’immondizia. Lo faccio da quando mi son tolto le cuffiette, qualche anno fa, e c’ho trovato sopra un piccolissimo grumo di cerume. L’idea del povero naurus che cerca di rimorchiare qualche ragazza sfoderando orecchie sporche è più di quanto possa sopportare.

5)Roteo in continuazione un mozzicone di matita, a scuola. Lo tengo fra le mani e lo faccio girare incastrandolo fra due dita e colpendolo con un altro dito dell’altra mano. Questa pazzo atteggiamento è nato nell’Ottobre 2004, quando ho tentato di smettere di fumare e mi serviva una sigaretta palliativa. Da quando ho ricominciato a fumare, nell’Aprile 2005, va un po’ meglio e vortico la matita solo a scuola.

La so abbastanza lunga sulle catene per sapere che ora dovrei suggerire qualche nome che facesse la catena dopo di me. Ma, come mia abitudine, preferisco diffondere la cosa a macchia d’olio in maniera incosciente. Se qualcuno vuole fare il giochino, faccia pure. Dica che l’ho autorizzato io, mi assumo qualunque responsabilità.

naurus ha scritto questa barchetta alle 18:34 | Tu come la vedi? (2)


Gennaio 11, 2006

Il meraviglioso mondo di Disney Walt

Dove si rimembra come nostalgici reduci i cartoni animati e i fumetti, cercando di capire i cambiamenti di questo pazzo mondo contemporaneo

La Disney è una multinazionale. In quanto multinazionale non dovrebbe stare simpatica ad una persona che analizzi la cosa con spirito critico: cerca di ottenere parte dei tuoi soldi in svariati modi, s’inserisce attraverso tutto il mondo proponendosi in maniera sempre simile ovunque si trovi per essere universale e familiare a chiunque, tende a polverizzare le attività di aziende locali che magari facevano da prima una delle attività che intraprende la Disney, e lascia spazio solo per altri giganti simili a lei con i quali si scontra in titaniche battaglie all’ultimo spicciolo guadagnato. Nonostante tutte queste ottime ragioni, la Disney ha un fortissimo valore affettivo per più di una generazione, ed io sono un vecchio aficionado della roba dello zio Walt.
I fumetti della Disney per me sono stati pane quotidiano per tutta l’infanzia, e ancora se ne vedo uno ed ho tempo mi metto a leggerlo ben volentieri; molti di quelli che leggevo da bambino me li ricordo ancora a memoria, o comunque mi ricordo bene di cosa parlavano le storie.
Anche per i grandi classici vale questa regola: casa mia è munita di una fila di VHS con quasi tutti i film-cartone della Walt Disney Home Video; ho cominciato a snobbarli solo all’ingresso dell’adolescenza, quando producevano cose tipo il sequel del Re Leone, e quando iniziarono l’alleanza con la Pixar avevo già iniziato, grazie a Dio, a leggere libri e a guardare qualche film.
Qualcuno pensa che un bambino non sappia apprezzare la qualità del disegno, le musiche curatissime, il doppiaggio professionale o il sapiente adattamento delle storie. Oppure crede che lo stesso bambino di prima leggerebbe il giornalino anche se fosse disegnato male, che non sappia distinguere.
Per carità, con coscienza sicuramente non lo saprà fare. Ma se arrivi a chiamare un posto sopra casa tua La Rupe dei Re significa che l’anima di Walt ti ha coccolato attraverso tutti gli anni dolci offrendoti sempre storie fantastiche, personaggi divertenti e tranquillizzanti happy ends. Con tutti i difetti del caso, esposti all’inizio della barchetta, la Disney è una vera fabbrica di gioia e ne spara a raffica addosso a tutti i bambini che riesce a raggiungere. Forse è divertimento stereotipato, ma coinvolge e cattura qualunque infante. Ti cala in atmosfere attentamente ricreate e non puoi fare a meno di cadere nella trappola.
Cioè, non puoi evitare di cadere nella trappola se ci passi sopra, è evidente che se prendi un altro sentiero nemmeno la vedi.
Per certi aspetti i bambini adesso hanno preso un altro sentiero: chiaramente anche noi ex-bambini, bambini a pieno titolo fino a pochi anni fa, avevamo una montagna di giocattoli e frequentavamo gli amici coi quali giocavamo col SuperNintendo, ma questo non vuol dire che fossimo immuni dalla magia che certe produzioni per bambini trasmettevano. Adesso i bambini invece crescono con un consumismo diverso, cugino del nostro ma con qualche differenza. I personaggi dei loro cartoni animati sono deformi o volutamente spartani nella realizzazione, sembrano realizzati solo per vendere la trottola o la macchinina che maneggiano; c’è il sorpasso del gadget sulla sostanza. E poi ormai non esiste più il bambino che rimane a bocca aperta, il bambino di Povia per intenderci, ed è chiaro che la magia delle musiche difficilmente conquista un dodicenne coi catenazzi che sta facendo le foto col cellulare.
O forse mi sbaglio. Magari la magia e il fascino esistono ancora nelle produzioni per bambini, e sono io che non ci trovo più niente.
Anche se, intendiamoci, se una sera mi riguardo Aladdin la musica dell’arrivo di Alì Ababua mi fa impazzire esattamente come prima; se davvero è rimasto il fascino nella roba per bambini di adesso devo dire che è proprio nascosto bene.

naurus ha scritto questa barchetta alle 18:05 | Tu come la vedi? (5)


Dicembre 16, 2005

Vita, morte e filosofia del contadino

Parliamo di morte, di paura del nulla, di brama d’infinito. Non so se mi spiego, che livelli che tocchiamo qui.
Riflettevo sulla morte, mi sono fatto un’opinione a riguardo: ho capito che l’esistenza della morte è un grandissimo bene, e per fortuna la gente muore.
Oltretutto tenete presente che io non sono uno di quelli spavaldi che affrontano un pensiero così a cuor leggero; io sono attaccato moltissimo alla vita e soltanto immaginare di non esserci, di non pensare più, di non essere una presenza tangibile mi riempie di sacrosanto terrore. Eppure l’essere mortali è molto preferibile al poter godere di un’ipotetica vita illimitata; l’ho capito stasera mentre mi allacciavo le scarpe e ve lo propongo senza indugio alcuno, filosofia e meditazione hot line.
Non prendo il discorso da un punto di vista pratico, sarebbe troppo facile dimostrare che se la gente non morisse avverrebbe un tragico sovraffollamento, finirebbe ogni genere di risorse, andremmo incontro alla distruzione e via discorrendo; questo mi sembra evidente.
Io credo che il problema sarebbe anche, e forse soprattutto, di tipo morale: cosa ci faresti di una vita infinita?
Una persona si pone degli obiettivi, combatte per delle cause, affronta le avversità e lotta per costruire un futuro ai propri figli, o almeno dovrebbe farlo. L’uomo s’è organizzato, in ogni luogo ed epoca, in maniera strutturata, stabilendo quindi degli obiettivi e dei valori. In una vita senza fine, dove non si muore, avrebbe senso continuare ad averli?
Non credo. Prendiamo un valorino facile, tipico della società occidentale moderna e quindi intuibile: il lavoro. In un sistema capitalistico il lavoro è uno dei fondamenti della società (magari il nostro è un capitalismo che non funziona ma lasciamo correre), ti permette di accedere al denaro che è la base della vita sociale. Avrebbe senso lavorare se non ci fosse bisogno di farlo? Se potessi vivere anche senza farlo?
Qui arriva la prima delle obiezioni possibili: magari potrebbe esistere una vita infinita ma con la necessità di nutrirsi pena la morte, e quindi? E quindi niente, rispondo io. Stiamo parlando di una vita infinita che non si guadagna, non si perde e non si preserva. Che non vale niente, come sto cercando di dimostrare.
Torniamo a noi, dicevamo che non si lavora più. Messa così potrebbe anche risultare divertente, ma poi avremmo una vita ciondoloni tutto il giorno? E se decidessimo di non lavorare allora non avrebbe senso nemmeno studiare? E senza la cultura e quindi il bagaglio che ci portiamo dal passato avrebbe senso, ‘zzo ne so, vestirsi? Tentare di dire cosa è giusto e cosa sbagliato?Preoccuparsi della biodiversità?
Ecco che piomba la seconda delle obiezioni possibili: l’uomo moderno non ha bisogno solo di mangiare e bere, ma anche di automobili, vacanze, vestiti, riscaldamento, accessori. Non ha senso che tu sostenga come una vita infinita porterebbe a un collasso della civiltà, l’uomo continuerebbe a cooperare per fornirsi simili beni.
Questo è il punto più difficile di tutto il mio discorsetto, l’ho messo per ultimo apposta. Dicevo verso l’inizio della barchetta che stavo cercando di analizzare la cosa sul piano “etico”, più che su quello spicciolo. In realtà sono convinto anch’io che se avessimo una vita infinita non smetteremmo per questo di vestirci; quello che cerco di spiegare è che, secondo me, una vita senza limiti svaluterebbe il suo significato, porterebbe a non apprezzare più le cose gradevoli che ci succedono e a non impostare più la nostra esistenza in funzione di un equilibrio generale; in un simile contesto ho escluso volontariamente i riferimenti al lato pratico dell’improbabile eventualità proprio perché pensare a una vita potenzialmente infinita finché non si spegne il sole, o finché non finisce il grano, non ha significato, è pur sempre una vita finita; il mio ragionamento era teorico.
E in astratto non ho dubbi nel dire che la vita ha valore proprio perché è preziosa, perché è un’esperienza unica e chiaramente delimitata che non accadrà mai più, almeno non in questo modo. Ed è proprio per questo che cerchiamo di costruire qualcosa mentre lei scorre, per dare un significato all’unica vita che abbiamo.

naurus ha scritto questa barchetta alle 15:38 | Tu come la vedi? (10)


Dicembre 13, 2005

L'arte scivola via

Un po’ di tempo fa ho letto “Post Office” di Bukowski*, allora c’ho pensato un po’.
La media delle persone, spero per voi che non sia così, ma per me lo è senza dubbio, non è assolutamente in grado di valutare un libro come Post Office, anche se lo fa.
Accettiamo un libro come Post Office perché siamo contemporanei: cosa ne avrebbero detto di quel libro qualche centinaio di anni fa? A parte che probabilmente avrebbero voluto sapere cosa fossero le automobili usate e le sigarette, sarebbero rimasti scandalizzati da Post Office e non l’avrebbero manco voluto prendere in considerazione. Ora invece il modo classico di valutare e catalogare le opere d’arte è caduto ed accettiamo tranquillamente di andare in un museo per vedere sacchi bruciati, mucchi di caramelle in terra, fantocci di bambini impiccati. E’ scomparsa la necessità di un’arte moralmente accettabile ed esteticamente appagante, quindi l’arte, in ogni suo settore, si guarda dentro ed esplora; che bello.
In effetti la cosa è bella e libera l’arte da necessità formali che non le appartenevano, però priva l’uomo della strada, quale sono io, della anche minima possibilità di valutarla.
Mettiamo che io vada a guardare la Dama con l’ermellino. Io di questo dipinto non so praticamente nulla, a parte proprio le cose più basilari. Se andassi a vedere la Dama con l’ermellino potrei dire soltanto che è bella, tecnicamente magnifica, esteticamente superba. Potrei pensare a quale grande fortuna sia per l’Italia avere ed avere avuto degli esponenti di spicco nell’arte in ogni tempo e poi me ne andrei a casa. Il mio giudizio sulla Dama con l’ermellino non sarebbe critico e non varrebbe nulla, però potrebbe esistere. Invece dopo aver letto Bukowski io posso dire senz’altro che il libro scorre benissimo, che il linguaggio è semplice e diretto, che la critica alla società americana ed all’American Dream è palpabile, ma mica perché ne sono convinto.
Lo dico perché quel libro è stato metabolizzato dalla critica che ci ha riconosciuto un valore ed un significato che lo rendono il libro di Bukowski e uno de i libri di un po’ tutta la letteratura americana controcorrente di quel periodo. Davanti a uno scritto che non vale niente, io non saprei avere un’opinione molto diversa da quella che ho di Post Office.
Ora, che vuol dire questo? Significa che una volta si poteva valutare qualcosa anche per la presa “diretta” che aveva sulla gente, oltre che sui significati più reconditi. Era una valutazione superficiale ma sempre meglio di niente. Ora la facciata è scomparsa e ci ritroviamo a leggere libri perché sappiamo che valgono, anche se non ce ne possiamo rendere conto.
Non è vero per tutti, ci sono anche quelle rare persone che possono parlare di Bukowski in maniera critica, ma quante sono? Sicuramente poche, consideriamo tutti giusto che legga chiunque, e non solo pochi eletti. Quindi la letteratura, per amor di esempio, non la si capisce più, se vogliamo escludere quella di consumo.
Spesso sento dire che l’arte contemporanea fa schifo, che non ha senso. Sentire discorsi del genere mi fa capire che l’arte si sta allontanando sempre di più. Anche un perfetto inniorante (eccolo! eccolo!) se lo metti di fronte al David di Bernini ne rimane estasiato, ma davanti ad un’opera di oggi puo’ solo dare credito a qualcun altro, eliminando anche la stupida, superficiale, provinciale ed inutile attrazione a pelle che era l’unico modo per farci amare l’arte senza doverci fidare.

* questa barchetta doveva iniziare con le parole “Ho appena finito di leggere Bukowski” ma casa mia è isolata da ormai due settimane abbondanti e non abbiamo più l’uso del telefono e della connessione ad internet. E’ questo il motivo per il quale non ho aggiornato per una vita e non sono passato per i miei blog prediletti. Vi domando scusa ma è tutta colpa dell’incredibile ed atavica negligenza della Telecom Italia, Iddio la punisca.

naurus ha scritto questa barchetta alle 9:13 | Tu come la vedi? (10)


Novembre 21, 2005

e poi avessi voulto dire...

A inizio una sperimentasione purissima. Una barcchetta piena zeppa d'erori.
Se farei questo sloo x distrazione o per innioranza non volesse dire gnente; invecie scrivendo così a posta asusume un singnificato inportante, é frotniera linguistica, é liberazione
Assume infati un'significato anke liberatorio" se potresti liberarti dalla necessità di guardare senpre cosa skrivi avessi una sensasione di liberta e di grande appagazione)
Qualche hanno fà scrivevo un mucchio di errori gramaticali, al asilo. Poi o iniziato a leggere i giornalini della disnei e o smezo, tuti i bambini dovessero avere avuto letti i giornalini, perchè imparano l'ortograffia. Ora che scrivo aposta kuesti erori mi rendo conto che é molto + bello fallo con coscenza, é un calcio in facia alle regloe e alle imposizzioni. E' come l anarchìa, anche se non sò mai stato anarchìco&
Ci anno provato tanti a sperimentazionare, ma manco marinetti fosse così avanti. perchè l'erore grammaticale forse l'anno gia provato, ma chi ci ha visto la valenza sperimentale-insurrezzionalista che ci vedo io? he?
E propio la valenza doppia che gni da significato, ecco=
comunque non lo avro continuassato, domani_ il solito borchese^

naurus ha scritto questa barchetta alle 21:55 | Tu come la vedi? (20)